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giovedì 29 ottobre 2009

L’ISOLA AFRICANA DEL SURF

La mia casa per le vacanze si trova a San Joao dos Angolares ed è un abitazione padronale in legno bianco con finestra a ventaglio. Si trova in una casa che domina la collina che domina il paese. Non ho prenotato e ho trascinato i bagagli e la tavola da surf dal centro della citta fino alla collina.

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Voglio far surf nel mare di Sao Tomè , una delle due isole che compongono il piccolo stato indipendente di Sao Tomè e Principe, nel golfo di Guinea. E’ il più piccolo paese africano dopo le Seychelles , a 300 Km dal Gabon.

Non scelgo Sao Tomè per le sue onde leggendarie , ma perché qui fanno surf in modo unico. Le isole si presentano al mondo come le Hawaii africane , e in un certo senso è vero. Hanno vulcani, spiagge deserte e una serie di alberghi apparentemente lussuosi che ospitano soprattutto portoghesi ricchi.

Sao Tomè è però , ahimè, una delle isole più povere della terra: le strade sono sconnesse e spesso nell’isola manca la luce. L’economia è basata sul cacao e caffè, il turismo è un settore che potrebbe essere sviluppato.

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La Roca Sao Joao dos Angolares appartiene a un artista e cuoco di Sao Tomè che cucina soprattutto piatti a base di frutti di mare. E’ un hotel vecchio, ma confortevole. I pavimenti in legno sono umidi e flessuosi come un tappeto erboso. Sembra un posto dove puoi arrivare senza avvisare. Si entra in una stanza esposta alle correnti d’aria , dormire sotto una rete antizanzare , mangiare sulla veranda. Questa strana quiete fa parte del suo fascino.

A Sao Tomè i ragazzi imparano a fare surf fin da bambini a cavalcare le onde a pancia in giù sulle tavole di legno intagliato, le tambua. A Sao Tomè c’è una comunità di surfisti più giovani del mondo.

Le onde di Sao Tomè sono ottime in estate , quando le perturbazioni meridionali avvolgono l’isola con lunghe ondate. Ad ottobre c'è la stagione delle piogge. Molti surfisti che vanno nell’isola vengono dall’Ihlia das Rolas , un’isola di fronte alla costa dove si trova un resort di lusso, il Pestana Equador.

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A Porto Alegre c’è la Jalè Beach una delle spiagge più incontaminate del mondo. Decido di prendere posto in una capanna, protetto dalle palme, nel punto dove le onde più alte si rompevano prima di lambire la sabbia. Da Porto Alegre spesso arrivano grigliate di pesce.

Sao Tomé è un’antica isola di schiavi , molto povera e quasi ogni villaggio è stato una piantagione. La vita sotto la dominazione portoghese è stata dura , fino all’indipendenza del 1975. Anche se niente può compensare il passato, da quando Sao Tomé ha raggiunto l’indipendenza la vita è migliorata.

Usare la tambua è stato molto difficile. certo ti fai trascinare lentamente in direzione delle onde. La tavola è ricavata dello scafo di una canoa. Il problema è che quel pezzo di legno intagliato in modo grossolano si inzuppa velocemente. E’ come fare surf con un tronco d’albero.

A Sao Tomè i ricchi portoghesi vengono qui a rilassarsi. L’escursionismo e il birdwatching sono le attrattive. Ma i surfisti sono pochi e inesperti. Ma può essere l’isola africana dei surfisti

giovedì 22 ottobre 2009

A POCHI KILOMETRI DA NEW YORK , C’è UN OASI DI VISIONI NATURALI IMPERDIBILI

Le nebbiolina avvolge le cime dei monti Catskill, portando un cielo azzurro porcellana. E’ proprio questa luce che 150 anni fa portò quassù i pittori della Hudson River School , e da allora i Catskills hanno continuato a far ricaricare le pile nel week end alle anime stressate di New York.

Manhattan è a 200 Km . Qui si arriva mediante la Route 28 , la strada a due corsie che fugge dal trambusto delle grandi autostrade e dei centri commerciali, e punta ad ovest, entrando in un mondo in cui i cellulari non hanno campo.

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i svegliamo al Kate’s Lazy Meadow Motel, un albergo eccentrico che è diventato meta più ricercata della downtown scene newyorkese. In uno dei cottage potrebbe esserci una modella o un attore. Qui è tutto molto cool : l’etichetta richiede di passarsi alla bottiglia intorno al fuoco e di condividere la Jacuzzi , ma anche di fare i disinvolti e non chiedere mai autografi.

Un aquila volteggia intorno al monte Tremper, i corvi gracchiano e un paio di cervi scappano al sicuro dopo aver fatto colazione con l’erba che cresce ai margini della strada. Nei boschi ci sono centinaia di orsi : prendono d’assalto i cestini dei rifiuti. Questo , del resto, è un parco protettissimo , perché da qui arriva l’acqua che riempie i serbatoi d’acqua potabile di New York: la natura, dunque, è meravigliosamente vicina e incontaminata.

Rispetto a dieci anni fa, però, tutto è cambiato. Alcuni tratti del ruscello sono diventati fangosi: colpa di una cattiva gestione delle risorse idriche e delle piene della primavera passata. Altri tratti , comunque, rimangono affascinanti e garantiscono ancora la miglior pesca a est delle Montagne Rocciose. Hanno chiuso i battenti i ristoranti tipici , rimpiazzati da bistrot di New American Cuisine , resiste solo il classico Duchesse Anne.

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La storia dei Catskills inizia nell’Ottocento , quando Thomas Cole scoprì la meraviglia della cascate di Kaaterskill , e la forza romantica del paesaggio che dipinse ispirò la Hudson River School. Alta fonte di ispirazione è Woodstock. Un gruppo di artisti – utopisti si stabilirono qui nel Novecento.

Il Lazy Meadow è diventato Kate’s Lazy Meadow Motel, quando Kate Pierson , eccentrica cantante rock dei B-52’s , ha rilevato un’attività in rovina. Un’artista di successo si trasferisce nella patria spirituale della sua generazione e investe nell’industria turistica. Non per soldi, ma perché vede nell’albergo un posto dove parcheggiare la sua eclettica collezione , un po’ folle ma elegante , di oggetti e paccottiglia Anni Cinquanta.

“Ho visto che il motel era in vendita e ho scoperto che era stato costruito nel 1952: perfetto per i B-52’s! Ho capito che qui avrei creato il posto dove ho sempre sognato di arrivare : dopo aver visto un milione di hotel , odio le stanze generiche , arredate senza gusto”. I clienti ringraziano.

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Da quando gli attentati dell’11 settembre hanno spinto una nuova generazione di newyorkesi a cercare luoghi sicuri e tranquilli , i prezzi dei terreni , capanne e case coloniche qui si sono moltiplicati , e ogni anno le riviste parlano dei Catskills come dei nuovi Hamptons. Anche Attori stanno arrivando da queste parti. David Bowie , per esempio, sta costruendo una casa in cima alla montagna e Keanu Reeves acquista bottiglie di Bordeaux d’annata ogni volta che passa dal Bear cafè , il locale frequentato da queste parti , aperto 35 anni fa da Albert Grossman, manager di Bob Dylan.

Prima che il Kate’s Lazy Meadow Motel trasformasse i Catskills nella nuova meta chic , qui la cultura del comfort di classe e del trattarsi bene tipica dei baby boomer stava già cominciando a mettere radici. Da queste parti ci sono due monasteri buddisti e uno zen, mentre la Route 28 è un corridoio che corre attraverso stazioni termali New Age , rivendite di Gourmet Food , bancarelle di prodotti freschi che arriva direttamente dalle fattorie , gallerie d’arte e wine shop il cui personale conosce perfettamente la differenza tra un Pomerol e un Petrus. Inoltre la strada ha la sua fabbrica di cioccolato e il suo negozio di pasta fatta in casa.

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Per chi vuole l’aria aperta , si possono fare tante attività : battute di pesca e di caccia, gite in barca sui laghi e grandi giri in bici. E’ facile vedere cittadini vestiti come i loro idoli sportivi fare fitness. Alla sera si può sempre trovare un concerto, un film o un festival teatrale : dal blues a Buddha , c’è sempre qualcosa da vedere.

All’estremità orientale della Route 28 c’è La Steve Heller’s Faboulous Furniture. Heller realizza mobili scultura assemblando tronchi d’alberi e parti d’auto degli Anni Cinquanta : capite che siete arrivati in un posto fuori dal mondo. Ad ovest , Dean Gitter vuole creare l’Aspen di New York. Il progetto si chiama Belleayre Resort : un campo da golf e due grandi alberghi ( oltre 600 stanze , con beauty farm, ristoranti e centri sportivi) , uno dei quali costruito a terrazze come una rovina inca , a ridosso della montagna.

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I Catskills è pieno di posti segreti e strade senza uscita che si perdono in valli piccole e tortuose. Lungo uno di questi sentieri c’è la fattoria di Uma Thurman. Un po’ più in alto c’è la casa dov’è cresciuta Liv Tyler.

Il segreto di questo posto è: appena fuori dalla grande città rumorosa, sei in mezzo a una delle più imprevedibili visioni di natura selvaggia. In una terra di dolcezza infinita.

mercoledì 7 ottobre 2009

VILNIUS è LA CAPITALE EUROPEA DELLA CULTURA

In Lituania è aria di festa , il paese più meridionale e più grande dei Paesi Baltici, visitato da circa 30 mila turisti italiani lo scorso anno. Nel 2009 Vilnius assume il ruolo di capitale europea della Cultura e si celebrano allo stesso tempo i mille anni dell’origine del nome del Paese , citato per la prima volta dai monastici Annales Quedlnburgensis.

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Per questa ricorrenza lo Stato ha stanziato 64 milioni di euro destinati al restauro del patrimonio culturale ed architettonico , allo sviluppo delle infrastrutture , nonché alla promozione e alla comunicazione del Paese come meta turistica con una previsione di aumento del 15%.

Le iniziative ci sono state e ci saranno tutto l’anno. Saranno coinvolti 3 milioni di persone in oltre 300 progetti artistici , culturali e sociali: l’occasione permetterà a molti monumenti , musei e chiese di togliersi la polvere di secoli e presentarsi nello splendore originale.

“Storia e cultura dal vivo” è lo slogan di questa manifestazioni che puntano a recuperare un vasto patrimonio finora poco conosciuto e a sottolineare come la Lituania sia stato un crocevia di poli , che nei secoli hanno plasmato l’identità del Paese con il contributo di tedeschi,polacchi, ebrei , russi , bielorussi , di diverse religioni , tradizioni e attività artigianali e commerciali.

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Il programma di Vilnius capitale della cultura 2009 comprende 160 eventi , la gran parte gratuiti, che mirano a stimolare l’interesse ed il coinvolgimento dei turisti non meno che della popolazione residente e dei numerosi emigrati di origine lituana che hanno fatto fortuna negli Stati Uniti e in Europa: non si tratta soltanto di congressi internazionali , ma mostre nelle accademie delle belle arti e nei musei , musicisti e pittori di strada, maxischermi cinematografici in piazze, spettacoli di danza, concerti, teatro, sculture barocche di ghiaccio.

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La visita della Lituania inizia dalla capitale Vilnius.

Fin dal XVII secolo la città vanta un notevole patrimonio di architettura barocca: le vie del centro stupiscono per le numerose antiche chiese che sembrano dame del passato con larghe donne dipinte a colori a pastello. Nel centro della città vecchia ( Senamiestis) delimitato dai fiumi Neris e Vilnele ed entrato a far parte del Patrimonio dell’Unesco dal 1994 . Con l’eccezione di sprazzi di gotico , come la chiesa di Sant’Anna , l’omogeneità di stile del centro ben restaurato di Vilnius è sorprendente : si rivive un’intatta atmosfera barocca lungo la Pilies gatvè , la via pedonale, che forma l’asse del passeggio da nord a sud , con i migliori negozi , ristoranti e bar e intorno al grande complesso dell’Università , fondata come Collegio dei Gesuiti nel 1579.

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Dalla via principale si diparte un dedalo di viuzze silenziose , illuminato la sera da fanali in ferro battuto : è la zona delle ambasciate e il quartiere più elegante della città. Proseguendo nel passeggio di chiesa in chiesa , tra cui sinagoghe e chiese ortodosse , anche se la Lituania è un paese profondamente cattolico , si arriva all’ampia piazza di forma triangolare che ospita nel centro dell’Antico Municipio.

Chi si muove con l’automobile si possono vedere posti incantevoli. Si possono vedere le spiagge dell’ambra . Palanga è la spiaggia più animata della Lituania. Chi ha interessi culturali non può non far visita al Museo dell’Ambra, il più importante dei Paesi Baltici, ospitato in un palazzo neoclassico situato in un grande botanico.

DA Klaipeda , il principale porto lituano, in cinque minuti sei nella penisola di Neringa , con le alte dune di sabbia a picco sul mare della laguna dei Curoni, in uno scenario naturale insolito e di grande bellezza.

Appena fuori Vilnius c’è Kaunas, la città provvisoria, così soprannominata per essere stata capitale della Repubblica lituana nel breve periodo tra le due guerre mondiali. In questa città c’è il Museo dell’aria aperta , che illustra il folklore e le costruzioni tipiche dei villaggi lituani.

martedì 29 settembre 2009

INAUGURATO UN PARCO NAZIONALE IN AFGHANISTAN , PANORAMA DI RARA BELLEZZA E SEI LAGHI LO PORTANO AD ESERE, SPERIAMO, IL VIAGGIO DEL FUTURO

Due buone notizie per L’Afghanistan: santifica una fetta del suo territorio come parco nazionale, e si prepara ad una riesumazione particolare.

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La prima è frutto dell’unica donna governatore dell’Afghanistan: Habiba Sarabi. Durante l’Earth Dai del 22 aprile scorso , il governo afghano ha proclamato il suo primo parco nazionale a Band-e-Armi , una serie di spettacolari laghi montani duecento Km scarsi a ovest di Kabul. Un evento storico.

L’altra notizia riguarda i Buddha di Bamiyan , resi celebri dai talebani che intendevano distruggerli , ed è una notizia del “passato”: risale al VII secolo , quando il pellegrino cinese Xian Zang visitò le statue colossali e annotò la presenza di un Terzo Buddha reclinato , lungo più di un migliaio di piedi , rappresentato nel momento in cui raggiunge il Nirvana”. Ora quel terzo Buddha , che si presume sepolto e sul quale gli studiosi hanno perso il sonno per decenni , sembra al punto di venire alla luce: Tardi , un archeologo afghano , sostenne di averne trovate le tracce già nel 2005 , ma all’epoca non c’erano le condizioni necessarie per potere varare una campagna di scavi.

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L’anno prossimo è attesa una squadra dell’istituto nazionale di archeologia francese che tenterà di dissotterrare la statua. In Afghanistan è considerato un luogo sicuro quel luogo bonificato dalle mine , se non vi sono stati attacchi o attentati suicidi da sei mesi e se i più vicini covi dei talebani sono almeno tre giorni di viaggio. Da qualche tempo la valle di Bamiyan e i laghi di Band-e-Armi sono considerati sicuri , al punto che parecchi afghani vengono qui a Kabul a trascorrere il fine settimana, nonostante la pista sia massacrante ( 10 ore per percorrere in macchina 1 160 Km che separano la valle dalla capitale , altre tre per raggiungere i laghi) e in più punti infestata dai predoni.

LA strada immutata dai tempi di Alessandro Magno, attraversa una valle larga e fertile , fra i campi coltivati a grano , quindi s’incunea in canaloni di roccia alti e stretti dove gli autisti accelerano per evitare le imboscate. Sui pendii delle montagne , le rocce aguzze sono dipinte una a una con una sbaffata di bianco nei punti in cui il terreno è stato ripulito dalle mine antiuomo. La pista è disseminata di carri armati abbandonati da decenni , cannoni contraerei , relitti di camionette sovietiche.

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In prossimità di Bamiyan , sui picchi compaiono fortezze secolari scavate nella roccia , e dai campi spuntano le bandiere colorate che segnano le tombe dei santi sciiti : la provincia è terra ha zara, l’etnia a maggioranza sciita che i talebani considerano eretici “Ovunque tu voglia viaggiare informati degli ha zara. SE sono tutti vivi e non stanno fuggendo, il posto è sicuro”.

A Band-e-Armi capolinea del viaggio , ha un panorama di rara bellezza, dove i sei laghi , visti dall’alto della propaggine orientale dell’Hindu Kuch , sono intarsi di zaffiri perfetti nel giallo avorio ultraterreno dei massicci di travertino , il cristallo immobile delle acque incastonato in gigantesche dighe naturali che la locale tradizione sciita vuole creare da Alì, genero del profeta Maometto , a colpi dio spada , e che le giovani coppie raggiungono in pellegrinaggio convinte che portino la fertilità.

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Il parco si estende per 600 Km quadrati a oltre 3000 metri di quota e negli anni ’70 era una delle mete più popolari del Paese: sui suoi pendii viveva il leopardo delle nevi , sterminato dai cacciatori di frodo negli ultimi decenni del secolo scorso. Nulla rivela che si tratti di un parco nazionale , tranne il guardiano che stacca un biglietto d’ingresso di mezzo euro , ma i segni non tarderanno a venire: la Sarabi ha dedicato 3 anni al progetto ed è riuscita ad ottenere un finanziamento da un milione di dollari dall’Usai , che è già servito a convincere gli abitanti dei villaggi vicini a traslocare un bazar lontano dalle rive per non inquinare le acque , a tracciare i confini dell’area protetta e a formare 4 ranger.

La meraviglia degli occhi degli afghani nella vista del parco, è sorprendente. Il panorama è stato sempre lì ma era difficile avventurarsi fuori dalla città senza essere bombardati. In punta di piedi camminano fra le cascatelle sui sassi piatti disposti dai ranger a formare un abbozzo di sentiero , scattano fotografie , noleggiano l’immancabile pedalò di plastica a forma di cigno , pregano nella piccola moschea di pietra : poi fanno un picnic con il kebab di montone e la vodka di contrabbando nascoste nelle bottigliette d’acqua minerale. Naturalmente gli afghani non hanno idea che si trovano in un parco nazionale. Gli unici che lo sanno sono gli stranieri. Band-e-Armi è stata inaugurata dall’ambasciatore Usa a Kabul , e che nel suo discorso , ha detto “Questo posto mi ricorda il Grande Canyon”.

martedì 22 settembre 2009

GUARDARE LO SPLENDORE DELL’ORIZZONTE AFRICANO DA SANT’ANTAO

Anche Paul – che è un villaggio con poche anime e molte palme affacciato sull’Atlantico ruggente – avrà la sua pizzeria napoletana. Qui un napoletano ha costruito un forno a legna , inventandosi un menù italiano mare e monti con tocchi esotici e un’atmosfera da locale di paese.

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Ci troviamo a Sant’Antao , nell’Isola di Capo Verde. Un paese con una dozzina di terre emerse 500 Km a est delle coste del Senegal , è l’ultima frontiera dell’Africa , avamposto creolo di commercianti di schiavi , terra di pescatori e spremitori di canna da zucchero , bevitori di grogue , uomini senza acqua capaci di musica travolgente , nostalgie epocali e sogni difficili. Un pianeta parallelo. Di contadini e pescatori.

In vent’anni è cambiata quest’isola. Da una dimensione di sabbia , vento bollente e immobilità tropicale che dava pace e serenità , ora è diventata turistica. Un nuovo stadio, due ristoranti italiani, il nuovo Air resort con piscina e business center , alla superstrada , per buona parte sotterranea , che attraversa l’isola e da pochi mesi collega il porto commerciale alla cas di Paul , Punta do Sola e Ribeira Grande. Paesi che sembravano usciti da libri di Garcia Marquez e ora si trovano in bilico tra l’ideale di tropico e la possibile speculazione immobiliare.

Tutto sembra un work in progress , specie su questa costa. Governo, privati e imprenditori stranieri hanno costruito decine di nuove case vicino a residenze di pietra antica , sventrato i vecchi ponti, scommesso su compound residenziali improbabili e ridisegnato il profilo di molte ribeire, le bocche d’uscita dei fiumi stagionali , che ora sfociano iln aree trafficate. Una mutazione inevitabile in una zona da un possibile futuro da meta turistica di successo.

Un esempio è la straordinaria strada di pietra che valica il Lombo de Figueira, chiamata da tutti Estrada da Corda. Arriva fino a Ribeira Grande , passando accanto al cratere di Cola , una depressione perfettamente circolare sul cui fondo si coltivano canna da zucchero , patate, carote e ottimo caffè. La Estrada da Corda s’inerpica tra boschi di pini ed eucalipti , sfiora precipizi terrazzati e offre panorami spettacolari , tra quinte di roccia, maiali al pascolo e magnifici anfiteatri.

Le rimesse degli immigrati , i soldi del turismo capoverdiano ( che per ora si concentra a Sal e Boavista) e le prime speculazioni del mattone hanno stravolto le abitudini isolane. Alle prime avvisaglie di benessere economico , ci si è dati da fare per modernizzare – giustamente , certo – la rete stradale , le case e le infrastrutture. Ma , come sempre, a scalpito della scenografia.

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Con voglia di avventura si potrebbe raggiungere Tarrafal, uno dei posti più difficili da raggiungere. Da Porto Novo si sale verso le pietraie vulcaniche nord-occidentali , tra canyon e spianate di rocce nere e gialle e greggi di capre che sovrastano dal Tope de Caroa , picco rotondo che tocca il cielo a quasi duemila metri. Poi, attraverso infiniti tornanti scavati nella sabbia, si scende verso il mare , tra vulcanelli neri in controluce sull’oceano e onde scintillanti all’orizzonte. Terrafal è comparsa all’ultimo momento , sotto un dirupo alla fine di una spiaggia nera , calda e solitaria come l’entrata dell’inferno: qualche barca sulla battigia , poche case colorate , qualche palma e la fine della pista che, da qui, non va più da nessuna parte. Un buon rifugio per sparire dal mondo.

Qui si trovano spiagge e scogliere che non vedono mai turisti né imprenditori edili , e pianure dove portare al pascolo gli animali diventa un’avventura estrema. E , anche se prima o poi gli ombrelloni o i resort faranno la loro comparsa anche a Terrafal , per ora c’è ancora spazio per godersi le coste frastagliate e irraggiungibili di nord-est, le lunghe spiagge di Ribeira de Cruz , il ritorno dei pescherecci a Ponta do Sol , le valli terrazzate di Cha da Morto , i tramonti spettacolari visti dal Pico da Cruz o le nuotate solitarie tra le onde di Casa dos Pomblas. E anche per una bevuta solitaria all’ombra di una vecchia casa di pietra in cima a un poggio. Giusto per guardare l’orizzonte africano.

martedì 8 settembre 2009

PASSEGGIATA NEL BORGO ARQUà , DOVE MORì IL POETA PETRARCA

Una volta giunti ad Arquà Petrarca , nel cuore dei Colli Euganei, occorre poco tempo per capire il motivo per cui Francesco Petrarca decise di trascorrere gli ultimi anni della sua vita in questo posto : l’atmosfera è quella di pace e di serenità che non poteva lasciare indifferente il grande poeta.

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Lui stesso motivò la sua scelta con queste parole contenute in una lettera scritta , pochi anni prima di morire “Fuggo la città come ergastolo e scelgo di abitare in un solitario piccolo villaggio , in una graziosa casetta , circondata da un uliveto e da una vigna, dove trascorro i giorni pienamente tranquillo , lontano da tumulti, dai rumori , dalle faccende , leggendo continuamente e scrivendo”.

Il periodo precedente al suo arrivo nei Colli Euganei lo vide dividersi tra Padova e Venezia. Alla città lagunare aveva deciso anche di lasciare i suoi libri per costituire una biblioteca pubblica , ma il progetto non fu mai realizzato.

A Padova venne nominato canonico , ebbe assegnata una casa nei pressi della cattedrale e il Signore della città gli donò un piccolo spazio ad Arquà , un luogo che con i Carraresi era divenuto Vicaria. In questo appezzamento costruì con amore la sua ultima abitazione che accolse anche la famiglia della figlia Francesca.

Qui dal 1370 al 1374 , anno della morte del poeta, si dedicò alla conclusione dei Trionfi e al capitolo del De Viris intitolato De gesti Caesaris , che non riuscì mai a concludere. La leggenda racconta che fu trovato morto nella poltrona , circondato da fogli sparsi della sua ultima fatica letteraria.

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Quando non era immerso nella scrittura , Francesco Petrarca amava trascorrere il suo tempo nel vicino oratorio , o accogliendo amici che lo venivano a trovare , tra questi Boccaccio.

Il soggiorno del poeta diede una grande notorietà ad Arquà , al cui nel 1860 fu affiancato quello di Petrarca : molte famiglie aristocratiche fecero costruire qui le proprie ville e ancora oggi la cittadina, che conserva l’aspetto di un borgo medievale, gravita ai luoghi più significativi della vita del poeta.

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La sua casa , situata nella parte alta della città, nel tempo ha cambiato spesso proprietario. Nel XVI secolo venne ristrutturato dal nobile padovano Valdezocco che fece costruire la loggetta rinascimentale , la scala esterna e adornò le sale del piano superiore con affreschi ispirati a opere petrarchesche.

Nel XVIII secolo la casa ebbe uno stato di abbandono che fece indignare anche personaggi illustri come Foscolo e Alfieri. Divenuta proprietà del Comune di Padova nella metà del XIX secolo , la casa di Petrarca, perfettamente restaurata , attualmente è vistata da migliaia di turisti. Al piano superiore si può ammirare il paesaggio della valle caro al poeta . Al piano inferiore è allestita una mostra fotografica sulla vita del poeta.

A breve distanza della villa, nella Loggia dei Vicari, recentemente ricoperta da una struttura in rame sostenuta da capriate in vetro, si possono ammirare alcuni stemmi dei nobili padovani e un affresco trecentesco. Attraverso la Loggia si accede all’Oratorio della SS Trinità in cui Petrarca spesso si recava a pregare.

Nell’interno ad unica navata , sopra l’altare in legno adornato da un paliotto di cuoio del ‘600, vi è un interessante pala di Palma il Giovane , mentre la parete di fronte è occupata da un enorme dipinto del XVII secolo di Gian Battista Pellizzari. Sulle altre mura della Chiesa , oltre agli affreschi trecenteschi , si notano delle lastre tombali e un frammento dell’antico pavimento romano.

lunedì 31 agosto 2009

REGNO DI FIABE NELLE DOLOMITI

Sembra un posto di fiaba. Siamo fra le Dolomiti , su un fianco della Val Badia , ed è ancora rigoglioso e abitato. La porta d’ingresso al Regno dei Fanes è San Vigilio di Marebbe , a 1200 metri di altitudine e sotto il Plan de Corones , conosciuto da molti come una delle località sciistiche e di turismo invernale più importanti di tutto l’Alto Adige.

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La gente di qui chiama San Vigilio, il paese delle leggende. Quando si scioglie la neve del Regno dei Fanes fiorisce, i suoi abitanti escono dal letargo , e la montagna svela un paesaggio simile a quello che ha ispirato i fratelli Grimm.

San Viglio di Marebbe è un’area dolomitica con una forte identità culturale che si estende per 1200 Km all’ombra della Marmolada , a cavallo fra l’Alto Adige , Veneto e Trentino. Qui si parla una lingua simile al ladino. Non è un dialetto , come hanno riconosciuto i linguisti e le amministrazioni poi, ma un vero e proprio idioma che nei secoli è riuscito a conservare dei tratti specifici a dispetto di due forti concorrenti come l’italiano e il tedesco.

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Chi arriva a San Vigilio se ne rende conto all’ingresso del paese: un cartello dà il benvenuto in tre lingue , e in tre lingue è riportato il nome del posto.Non è però solo la lingua a distinguere questa gente , ospitale coi visitatori ma molto orgogliosa e protettiva rispetto al proprio modo di abitare la città e la montagna.

IL modello abitativo è quello dei viles , piccoli agglomerati di case costruite in un cortile , condiviso fra quattro e cinque famiglie che lì si riuniscono per discorrere , aiutare , crescere i ragazzi , fare comunità. E raccontarsi delle storie : è proprio in questi cortili che sono nate le leggende ambientate sui monti, dove oggi sorge Naturale Senes- Fanes-Braies , che dalla Val Badia si estende fino al confine col territorio di Cortina d’Ampezzo. Dal 1983 la provincia di Bolzano ha vincolato questa terra da qualsiasi intervento dell’uomo.

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Si cammina a piedi , o al limite in bicicletta , per scoprire una natura prepotente per varietà e quantità: boschi pascoli , laghetti, roccia , abitati dall’aquila reale , lo stambecco , il camoscio, la marmotta , ma anche anfibi e rettili. E ancora tutti quegli animali che vengono portati all’alpeggio : cavalli, mucche, pecore , capre .

Il Regno dei Fanes è nato dall’alleanza segreta di una regina con le marmotte , animale simbolo di questa parte delle Dolomiti. Ogni giorno, d’estate, l’ente turistico organizza visite guidate al paese , ai suoi dintorni e naturalmente al parco. In una di queste visite salirete fino a scoprire un imponente gradinata naturale di rocce calcaree che, al limitare di un boschetto , ha l’aspetto di una grande assemblea , con banchi in miniatura : non a caso la chiamano il parlamento delle marmotte. La regina dei Fanes il suo patto con gli animali lo strinse lì. Un patto tra uomo e natura nessuno ha mai osato violare.