venerdì 11 novembre 2011

TORONTO , LA CITTà DEL NORDAMERICA CON ALTI GRATTACIELI CHE SI SPECCHIANO NEL LAGO

Cuore economico del Canada , e quinta città più popolosa del Nord America. Toronto è capitale mondiale del musical. Ospita L’International Film Festival al TIFF Bell Lightbox di Reitman Square . Vanta edifici disegnati da archistar come Daniel Libeskind , che ha ideato i cubi del Royal Ontario Museum ; Will Alsop , autore del Sharpe Centre for Design ; Frank Gehry , che ha progettato l’Art Gallery of Ontario.
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Rispetto ad altre città canadesi Toronto sembra non avere un marchio riconoscibile. I dépliant turistici riportano in copertina la CN Tower sul Lago Ontario : ma pur essendo una delle più alte torri del mondo con i suoi 533 metri , affilata, con una sfera di vetro alla sommità , è troppo simile a molte altre per essere considerata unica.
Varie pubblicazioni scelgono come simbolo della città le rotondi torri della City Hall Anni Sessanta. Altre ancora il castello-museo di Casa Loma fatto costruire dal finanziere Henry Pellatt. Per lo  scrittore canadese Wilson “Un simbolo Toronto ce l’ha. E’ la sua geografia urbana , il suo paesaggio nascosto tra i canyon dei grattacieli”.
Non meno controversa la questione relativa all’origine del nome, Toronto. i francesi furono i primi a costruire su questa parte del Lago Ontario , nel 1720, una stazione per il commercio delle pellicce. Poi arrivarono gli inglesi che fondarono , in quello che è il centro di Toronto, York. Fu il sindaco McKenzie, nel 1834,  a dare il nome alla città : preso dalla parola Tkaronto della lingua Mohawak, significava luogo d’incontro. Lo storico Rayburn sostiene invece che Tkaronto significasse “dove gli alberi stanno nell’acqua”.
Ma in realtà , all’epoca, gli alberi non crescevano sul lago. Quindi gli indiani vedevano già i grattacieli che sarebbero sorti alti e verticali, sulle rive del lago?
La città deve al lago la sua prima forza economica. Un riconoscimento tardivo, solo oggi l’Harbour Fornt, il Parco di Sugar Beach e l’HTO Park stanno ribaltando il rapporto della città con l’acqua. Per lungo tempo Toronto aveva voltato le spalle al suo lago. Prima con la Union Station , ingresso simbolico della città per 65 milioni di viaggiatori all’anno, inaugurata nel 1927: con la sua grandeur neoclassica ne impedisce addirittura la vista. La stessa chiusura è stata effettuata dalla Gardiner Expressway , che al lago corre parallela.
E persino Yonge Street, arteria principale della città , pur partendo dall’Ontario sembra voltargli le spalle. Costruita nel 1790, è da Guiness dei primati : 1896 Km fino al lago Simcoe è la strada più lunga al mondo. Fu intitolata a sir George Yonge , politico inglese. Yonge Street taglia tutte le strada principali della città : Fron Street con l’Hockey Hall of Fame; Queen Street con l’Old e il New City Hall e la Nathan Philips Square dove si svolgono le feste delle trenta comunità etniche.
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La città è anche attraversata da uno dei progressi pedonali sotterranei più lunghi al mondo , il Path System , che corre sotto il centro per 30 Km : protegge dal freddo e ospita cinema, ristoranti, grandi magazzini e fermate metro. Prendere l’uscita su Wellington Street e verrete condotti davanti al Bce Place progettato da Calatrava: uno dei tanti capolavori architettonici di cui la metropoli potrebbe andare fiera.
La Toronto dei grattacieli è nata nel Dopoguerra, quando furono rasi al suolo vecchi quartieri. Fu risparmiata solo Cabbage town , con la più alta concentrazione d’America di case vittoriane. Sempre dell’Ottocento è il monumentale Saint Lawrence Market , su Fron Street , che sembra una chiesa. Di sapore newyorkese , simila al Flat Iron di Broadway , è il Gooderham Building , tra Front e Wellington Street, strade che riportano ad un’area poco riqualificata , fiore all’occhiello della Toronto culturale , il Distillery Historic District su Mill Street , cinque ettari di archeologia industriale con gallerie d’arte , teatri, negozi , ristoranti. Fu dalla fondazione nel 1832 e fino al secondo dopoguerra , la più grande distilleria di whisky al mondo. Si racconta che Al Capone fu vista passare da qui.

domenica 30 ottobre 2011

INDIA COAST TO COAST

Un India misteriosa  e diversamente  bella da come la conosciamo.
Il triangolo meridionale del subcontinente affonda la punta in pieno Oceano Indiano. A oriente il Golfo del Bengala e il selvaggio e misterioso Tamil Nadu ; a occidente il mare Arabico e l’esotico , lussureggiante Kerala. Lingue diverse , tradizioni differenti ; opposte colonizzazioni nell’India del Sud : a Chennai , l’antica Madras , le grandiose vestigia dell’impero britannico corrose dai secoli e dal clima , a Cochin la più modesta e pia architettura dei portoghesi di Vasco de Gama , che vi si installò da viceré e della piccola comunità ebraica che occupa una suggestiva zona della città.
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Transitare da una parte all’altra del triangolo vuol dire guidare per un Km attraverso strade a scorrimento lento , dissestate da piogge monsoniche , rese impervie da cascate che precipitano all’improvviso dai campi di tè dopo una notte di pioggia abbondante.
L’India va vissuta così , giorno per giorno, arrendendosi al suo modo di vita Superate le difficoltà , che sono relative se ci si rassegna a una velocità di crociera di massimo cinquanta Km all’ora , l’attraversamento dal Tamil Nadu al Kerala  è un viaggio dentro un sogno mutevole , scandito da feste e processioni di paese , musulmane, cristiane , hindu; un giorno travolti dalla frenesia , dai colori e dalle stoffe di Chennai. Sulla spiaggia i venditori di pesce ancora lo tsunami del 2004 che inghiotti  le loro case ma salvò la basilica che custodisce la spoglie di San Tommaso Apostolo, che qui fu martirizzato nel 72 d.C. Il giorno dopo sbigottiti dalla bellezza dei tempi di Kanchipuram , una delle sette città sante dell’India e Mammalapuram , la cui zona archeologica edificata tra il settimo e nono secolo è uno dei siti protetti dall’Unesco.
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Non ci sono parole per descrivere le dimensioni e i colori dei templi di Tiruchirapalli e Madurai , enormi giocattoli devozionali che svettano verso il cielo noncuranti della miseria che giace ai loro piedi , raffinati, eleganti , carichi di un misticismo che non intimorisce ma attrae il pellegrino, lo solletica , lo diverte, fin dall’ingresso nell’area sacra dove l’elefantessa benedice i fedeli sfiorando il capo con la proboscide.
Poi Pondicherry ti scaraventa un’altra India : una piccola New Orleans contro la quale l’Oceano ruggisce notte e giorno ; ex colonia francese ha uno stile unico , un lungomare affascinante e raffinatezza che nel resto del Tamil Nadu sono utopia. Nelle zone montagnose dove a duemila metri si scorgono i palmeti  del Kerala.  I campi da tè sovrastano il paesaggio,  con le donne che marciano già dal mattino verso le colline verdi e alle tre in punto ritornano a casa.
Nei parchi nazionali di Munnar e Periyar si aggirano tigri ed elefanti , ma è raro avvistarne se non nella stagione secca quando le risorse d’acqua nella foresta scarseggiano Alberi di tamarindo , secolari, ce ne sono per chilometri lungo la strada che porta al mausoleo di Rajiv Gandhi , nel luogo dove fu assassinato nel 1991- Sriperumbudur , 40 Km da Chennai.
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Che incanto gli orti intorno a Periyar , dove crescono cardamomo e cannella, pepe e piante di basilico alte tre metri e alberi da frutto dove le scimmie ingorde si contendono i bocconi migliori. La discesa verso Kerala distende lo spirito . I lussuosi bus turistici hanno il Cristo , il Che o la falce e il martello disegnati sulla carrozzeria. E’ l’India comunista.
Le spiagge di Kovalam , i messaggi ayurvedici , le escursioni nelle blackwaters di Alleppey – tra palme al vento e risaie verde smeraldo , a divorare crostacei d’acqua dolce che i marinai cucinano in grandi pentole – infine una giornata di shopping a Cochin a caccia di sete e pashimine negli immensi shopping mall dove le indiane trattano per ore l’acquisto di un sari matrimoniale , rimettono il turista in sintonia con i ritmi occidentali.

martedì 4 ottobre 2011

AUCKLAND , LA METROPOLI VIVIBILE

Auckland, citta neozelandese, vive un mondo – più pulito, più sereno, multietnico, giovane – possibile. L’unica città della Nuova Zelanda dove si supera abbondantemente un milione di abitanti , più di un quattro della popolazione complessiva , ma dove succedono cose da paesino delle fate. Puoi uscire da casa e trovare anatre che girano con i suoi cuccioli , oppure puoi pesare pesci da 4 kili per poter subito mangiare alla brace.
Puoi camminare nel verde e nel silenzio per Km , e all’improvviso sbuchi in pieno centro. Esci dalla pausa pranzo e trovi a farti compagnia i delfini nel porto. La città era lo scorso anno al quarto posto al mondo per qualità della vita, al 13° posto per aree verdi , al 10° posto tra le città vivibili del pianeta.
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Non è un caso che il nome Maori, Tamaka Makaurau, pressappoco significa “La città die molti amanti” : è difficile non innamorarsi di questo posto naturale di terre vulcaniche – e quindi fertilissime – che si affacciano su splendidi porti naturali. Da un lato si ha l’Oceano Pacifico dall’altro il Mar di Tasmania, che quasi si fiorano: in mezzo ci sono moltissime barche da diporto. Ad Auckland navigare è come respirare.
Finito di spiegare le vele , i neozelandesi amano case indipendenti con un po’ di giardino intorno: così la città s’allarga su di un’area che è grande quasi quella di Londra , ma la capitale inglese ha una popolazione sette volte più numerosa. Ora la vecchia periferia è diventato il quartiere più in della città: fare un salto al Quartiere Creativo , attraverso le strade di Parnell, o fare shopping a New Market. Salire nella zona residenziale e elegante di Ponsonby , raggiungere il MOnte Eden , Maungawhau, il più alto dei 48 coni vulcanici, e avere una vista mozzafiato.
Scendere a Kingshold e ammirare il tempio pagano di questa città : L’Eden Park , lo stadio del rugby. Poi andare ancora giù fino al lungomare in direzione levante , Tamaki Drive, accompagnati in un infinito viale dei pohutukawa , mille alberi dai bellissimi fiori rossi : fino ad Achilles Point , in faccia a Rangitoto , il vulcano che oggi è un’isola.
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Ad Auckland ci si può muovere benissimo in bici , è tutta una pista ciclabile. Oppure camminare e ammirare il verde. O in canoa da un’isola all’altra. La città, patria degli All Blacks, è disseminata da campi da rugby a disposizione del pubblico. Nel ventre della città , il porto, si può scoprire il centro commerciale con i suoi grattacieli e la Sky Tower, la costruzione più alta dell’emisfero sud.
Ma basta attraversare la strada , raggiungere le banchine e salire su uno dei tanti traghetti che dieci minuti dopo vi lasciano a Devonport per apprezzare un altro quartiere multietnico. Sulla North Shore ci sono spiagge paradisiache , protette dalle onde più forti e misteriosamente poco affollate – nonostante il clima sempre mite – per i nostri standard europei. Per mangiare si torna al porto sul nuovissimo Viaduct , pregno di ristorantini carini. E poi si ammira il mare di notte , con la sua bellezza suggestiva.

mercoledì 21 settembre 2011

PRAGA : LA CAPITALE DEL JAZZ

Bella , fredda. un po’ altera, e sorprendentemente colta. Ma anche una capitale all’insegna dello svago e del divertimento. Praga, “la città magica” , può dire un tour dei locali notturni , con un tratto comune che difficilmente il turista meno avveduto si aspetterebbe: La città è capitale del jazz.

Il jazz : La musica più calda che esista , quella dell’improvvisazione più pura , del talento e della fantasia. Non c’è sera che un pub non offra un concerto dal vivo di uno dei tantissimi gruppi cechi. E non è difficile incontrare artisti per strada che intrattengono turisti con la musica nera.

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Inoltre quest’anno ricorre l’Agharta Jazz Festival , uno die principali appuntamenti europei per gli appassionati del genere. L’Agharta, tra l’altro, è il locale più famoso della città : a due passi dalla piazza dell’Orologio , nel cuore di Staré Mesto . Venne fondato nel 1991 dopo la morte di Miles Davis (prende il nome dei suoi dischi più famosi).

Scavato nella roccia, L’Agharta offre uno scenario gotico affascinante : tra vinili d’epoca , birra di centinaia di marche e tavolini a ridosso del palco, è possibile imbattersi in guest star internazionali. A due passi dall’Agharta , l’Old Lady è il punto di riferimento del blues e del soul. Uno scantinato arredato di tutto punto che prima dei concerti è un ristorante e, a notte fonda , si trasforma in sala da ballo.

La Michalskà, la strada dell’Old Lady, è uno snodo importante del jazz a Praga. Al numero 441 c’è il Jazz Lounge. Basta fare due passi per imbattersi nel Reduta Jazz Club , leggendario locale fondato nel 1958 che in oltre cinquant’anni di vita ha ospitato tutti i grandissimi della musica nera. Un locale completamente preso d’assalto dai turisti.

D’obbligo anche un salto all’Ungelt , un bar ospitato in un edificio del XV secolo, dove fusion e funk sono di prim’ordine , mentre gli amanti del jazz-latino potranno optare per il Blues Sklep , tra i più nuovi club nella Città Vecchia in stile irlandese, trampolino di lancio dei gruppi più giovani.

IL jazz, del resto , qui a Praga veniva suonato già nel lontano 1930. I musicisti cechi sono stati quasi dei precursori in Europa della musica americana per eccellenza , almeno fino al 1948 quando il regime comunista impose un controllo rigido sulla pubblicazione di dischi e l’esecuzione di brani ritenuti troppo occidentali e capitalisti. Ma anche allora , all’inizio degli Anni Cinquanta , Radio Praga aveva la sua orchestra jazz permanente , guidata dal sassofonista Karel Krautgartner , scomparso nel 1982.

Per gli amanti del genere , un ultimo consiglio : abbinare a una crociera sulla Moldava , il fiume della città, a un concerto da non dimenticare prenotando un tavolo sul Jazz Boat. Con una trentina di euro si potrà ammirare Praga illuminata bevendo un paio di boccali di Pilsner Urquell. Per i più affamati , c’è anche la possibilità di cenare : non è incluso nel prezzo , ma non costa nemmeno tanto.

lunedì 5 settembre 2011

ALTO ATLANTE IN MAROCCO, CUORE BERBERO DEL PAESE. CON OASI E KASBAH COME SOTTOFONDO

Ogni giorno è un’eclissi. Ogni giorno sui monti dell’Alto Atlante sale un’ombra scura che conquista le vallate e quei villaggi nati insieme alla terra e sono dello stesso colore. Un attimo e cambiano i colori , l’aria si raffredda e la natura si spegne.

La direzione è Agouti, un piccolo villaggio al centro della valle di Ait Bougomez , la valle felice come la definiscono. Un viaggio da Marrakech al mondo berbero del Marocco , tra i monti e i minuscoli villaggi dell’Alto Atlante , e da lì nella valle del Dadès , tra le sue kasbah e poi verso il passo di Tizi-n’Tazazert , fino a scendere nella valle del Draa con le sue splendide oasi. E a chiusura l’oceano, visto dalla spiaggia di MIrleft.

Agouti è un villaggio berbero. Nelle case entra aria fresca che si mescola allo schiocco di una frusta e al rumore degli zoccoli dei cavalli , che correndo in cerchio battono il grano appena trebbiato.. E’ estate ci sono fiori dappertutto , anche i flilou, papaveri, che danno il nome alla locanda più accogliente del villaggio. La gente è felice. E’ un ricordo lontano l’inverno con il paese isolato per tre mesi. Bisognava fare provvista dato che la neve faceva sparire tutti i campi e i sentieri.

La mattina ci rimpinziamo con una focaccia calda e un tè dolcissimo. Si parte. La strada costeggia i campi di grano , piccoli rettangoli biondi che emergono a fatica tra le rocce. In lontananza una marea di donne raccoglie le spighe. Durante la mietitura le donne del villaggio si riuniscono a raccogliere il grano di una famiglia e il giono dopo si ritrovano in un altro campo , di nuovo insieme. In berbero si dice tiwisi , aiuto reciproco, solidarietà. Da soli non si sopravvive se non si sta uniti. Inoltre Niente cultura, niente lingua. Rimaste intatte le tradizioni nonostante i 1400 anni di dominazione araba.

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In orizzonte si vede un agadir , granaio fortificato che si alza su rilievo dei monti. Il granaio custodiva il raccolto di tutti gli abitanti , ogni famiglia aveva il suo spazio e si potevano contare fino a duecento celle , chiuse a chiave e sorvegliate da un guardiano. L'Agadir era un luogo sacro , tanto che le donne non potevano accedervi.

Il paesaggio che ci aspetta è vallate e miniere di salgemma, fino a quando cedono il posto alla pianura ed è come se il paesaggio si fosse sdraiato a riposare con l’arrivo della sera. Si vede da lontano l’oasi di Skoura , che deve il suo nome alla parola araba skour, pernice, a ricordo di quando il sultano Eddahbi veniva in queste terre a cacciare.

All’ingresso del palmeto c’è la Kasbah Ben Moro , grandioso edificio del XVIII secolo , ora trasformato in albergo. Mohamed Moro , berbero della Spagna del Sud, originario della Mauritania , respinto in Marocco nel 1400 e arrivato a Skoura seguendo le carovane che da Marrakech facevano tappa qui per proseguire nel Sahara o risalivano da Timbuctu verso Fez. Un tempo nella Kasbah Ben Moro – dove kasbah indica una casa fortificata che appartiene a una sola famiglia – abitavano più di 50 persone. Poi il declino , l’emigrazione e verso il 1900 trasformazione in hotel. Sulle mura si trovano i segni dell’universo berbero , dalla croce , ricordo dell’incontro con l’impero romano a Volubilis , al cerchio simbolo del sole , doppio e concentrico quando indica la luna.

Ci incamminiamo su una collina. Nel cielo spunta la luna , quella stessa luna che lì ad aspettarci all’alba. I raggi del sole toccano le palme più alte e accendono il profilo della Kasbah Amerdil. Ai suoi piedi, sotto un tappeto di foglie e datteri , si muovono gli abitanti dell’oasi. A destra della strada c’è il letto prosciugato del Dadès , il fiume che dà origine alla valle. In questo periodo le acque sono un semplice rigagnolo.

Risalendo le montagne , la corrente torna abbondante. Le donne fanno il bucato. Ci fermiamo al mercato di Imassim , dove si vende la rosa damaschina: la leggenda racconta che un mercante berbero di ritorno dal pellegrinaggio alla Mecca ne riportò qui alcune piantine , che attecchirono splendidamente , e a maggio, in una festa meravigliosa, ne vengono raccolte quasi cinquemila tonnellate.

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Il passo più impegnativo del Marocco, , viene affrontato il giorno dopo. Magnifico , ma impraticabile per chi soffre di vertigini. Dal piccolo villaggio di Iknioum , la montagna sale e diventa più scura. La pista serpeggia tra burroni. A fondovalle, lungo le rive del fiume che ha scavato le rocce come un coltello, riemerge la vegetazione , orti verdissimi , mandorli e fichi. Dormiamo a Nekob. Proseguiamo da un’oasi all’altra , dove ogni villaggio eleggeva il suo amazzal “colui che corre davanti all’acqua”. Entrando nella valle del Draa si capisce perché questa figura fosse tenuta in massima considerazione. Era lui a stabilire i percorsi della canalizzazioni e la quantità di acqua destinata a ogni campo. Era lui ad alleviare la fatica del vivere in quest’angolo del mondo ad un passo dal deserto.

Ultima tappa a Tamnougalt , villaggio con la kasbah labirintica, set di moltissimi film. La sera, dalla terrazza, il panorama è incantevole. Ma il deserto si avvicina inesorabile, il Draa fluisce sottoterra e al suo posto emergono rivoli di sabbia. All’improvviso appaiono acacia e pietra. Libere all’orizzonte spuntano le dune di Chegaga. Sulla cresta più alta si aspetta il tramonto. Alla fine giungono le stelle ad illuminare la fine del viaggio.

lunedì 22 agosto 2011

VIAGGIO DI MILLE MIGLIA VERSO LA CALIFORNIA

Ad un centinaio di miglia da Los Angeles, c’è un lago . Chiuso in un paesaggio verde che sembra alpino , con l’aria frizzante anche se è estate , i profumi di resina , gli odori del bosco. Il parcheggio è pieno di SUV d’ogni tipo , i prati sono solcati da seggiovie che d’estate portano ai prati d’inverno sulle piste. Si chiama Big Bear Lake , dentro il San Bernardino National Forest , magnifico parco naturale californiano.Un lago e una cittadina con cinquemila abitanti , fuori dagli schemi.

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Los Angeles è la città più incomprensibile del mondo. Ottantotto municipalità m che non si capisce fino in fondo cosa voglia dire e che autonomia abbiano , in una spianata infinita che pare senza confini , 12 milioni di abitanti, 224 lingue parlate , 140 comunità etniche , quartieri magnifici e rioni poveri che si alternano senza spiegazione , ricchezze esibite e povertà nascoste. Da vedere in fretta per il punto di partenza di un altro viaggio.

Rodeo Drive , lo shopping delle star. Mezzo miglia di strada dove Julia Roberts , in Pretty Woman, viene scacciata dalla commesse e poi si vendica. Può capitare di vedere , con qualche gorilla, qualche star hollywoodiana che fa shopping. Se stai fermo a cinque minuti a Olympic Boulevard puoi vedere sfilare led auto più costose del mondo e i ricchi più esibizionisti del mondo.

Seconda tappa è Universal Studios , per vedere la Peugeot del Tenente Colombo o la casa di Psycho.Per scoprire che la baia e il porto dove hanno girato Lo Squalo sono poco più grandi di una pozza e lui, lo squalo , è un pescione innocuo di plastica. E’ il posto dove hanno costruito le scenografie di film che tutti hanno visto. Quelle più belle le hanno lasciate e ci hanno costruito intorno una specie di parco dei divertimenti. Ci vanno le famiglie a fare le fotografie con gli eroi dei film d’animazione più famosi o per fare il giro con il trenino con King Kong in 3D che salta.

Terza tappa è il Getty Center , con tante raffinate opere e la vista sulla downtown di Los Angeles, per scoprire che non è tutto luccicante nella città dorata , visto che è coperta da una coltre di smog spessa come lana di vetro. Dopo si può vedere il Museo delle Cere di Madame Thussaud con la star del momento: Obama.Infine Affittate un auto e decidete di andare nelle più belle spiagge californiane : Santa Monica, Malibu, Marina del Rey, Redondo Venice.

Il giorno dopo via da Los Angeles. Prima tappa nei templi del tempo libero californiano , Huntington Beach, che qui chiamano Surf City , contea di Orange , 200 mila abitanti, quasi altrettanti turisti d’estate. Ci si arriva in meno di due ore con le belle placide strade americane dove nessuno sembra affannarsi e avere fretta e nessuno suona il clacson. Sono presenti a Surf City qualche migliaio di surfisti., scolpiti come Bronzi di Riace, seminati su una spiaggia larga due o tre campi di calcio e lunga 14 Km. Caratteristica di Huntington , un vento che soffia a 25 Km all’ora praticamente sempre. Intorno gira un grosso business miliardario. Ci sono alberghi giganteschi , anche se molti surfisti non amano le camere d’albergo. Così la spiaggia di sera diventa uno spettacolo con migliaia di giganteschi Winnebago , i camper americani grandi come monolocali, parcheggiati vicino all’oceano , tutti ordinati in file. Si vive sulla spiaggia e sull’oceano. Il resto un paio di negozi e bar a ridosso della spiaggia.

Finiti i 14 Km di Huntington , la spiaggia si restringe e si arriva a Newport . Cittadina di 80 mila abitanti , più tranquilla, con una scogliera di case di legno che danno direttamente sulla spiaggia e un bar che con un cartello vistoso si vanta di fare e servire caffè espresso italiano . Ci vengono i californiani che non vogliono fare surf , ma solo il bagno. Chi ha i soldi riesce a comprarsi i cottage di legno a due passi dal mare.

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A Newport finisce la Costa e inizia la provincia. L’America più semplice , solitaria e incantata , del traffico che non c’è , dei villaggi piccoli che non ti danno la possibilità di pensare di fermarsi. Un on the road liberatorio , verso paesaggi incompleti , perché devono ancora nascere.

Si punta a Nord , ma bisogna passare per Santa Ana, 350 mila abitanti. Ha un singolare record : è la prima città degli Stati Uniti per densità di popolazione , dopo metropoli come San Francisco, New York e Chicago. Poi si giunge ad Anaheim , dove si trova il più famoso parco divertimenti Disneyland California Adventure fondato nel 1955.

Si segue la Interstate 15 si passa oltre Adelanto, e si sfiora Edward Air Force Base, luogo alternativo di atterraggio del pensionato Space Shuttle , non è visitabile. Si abbandona la I 15 e con la 395 si entra nel Death Valley National Park.

Una strada sola, obbligata, un piccolo cottage che ti dice che stati entrando nel parco e un cartello ti invita a pagare 20 dollari dell’ingresso oltre a darti una serie di informazioni turistiche. Huntington da qui è distante 350 miglia. Vai avanti un po’ nulla e compare la città di Furnace Creek. In realtà un visitor center , due motel uno a due passi dall’altro con relativi ristoranti , qualche magazzino e le case di chi ci lavora. L’estate la temperatura può arrivare a 50 gradi, e qualche cartello sparso nel parco afferma che in certe annate ha toccato i 60 gradi.

La Valle della Morte è un deserto colorato e straordinario , con una varietà di scenari , sembra perfino pieno di vita , ambienti che nessun altro deserto può vantare. La valle è chiusa ad ovest dal Telescope Peak , una montagna rispettabile , alta 3300 metri , a est del Dante’s View, una specie di altopiano a forma di promontorio, a nord dal cratere di Ubehebe e dalle enormi dune di sabbia di Eureka , e a sud si finisce nel nulla. All’interno del perimetro qualsiasi strada va bene , sono tutte comode e asfaltate. Si va verso punti obbligatori.

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Il Golden Canyon con la gigantesca roccia chiamata Red Cathedral che lo domina. Zabriskie Point , che a qualcuno fa venire a mente il film anni ‘70 di Michelangelo Antonioni : un paesaggio di guglie e anfratti affascinante. Poi Artist Drive , Il Budwater, il Devil’s Golf Corse. C’è un perfino un castello , Scotty’s Castle , costruito da un magnate ai margini del deserto e diventato poi un hotel. Oggi è un monumento nazionale. A Furnace Creek si noleggia un fuoristrada e si va verso le dune di Eureka e Race Track , pista difficile dove se non hai le quattro motrici non va avanti. Sul Telescope Peak si va a piedi.

Dopo due giorni nella Death Valley si va a sud : inversione di rotta verso il Mojave National Park , vicino meno famoso della Death Valley. Una distesa immensa di sabbia , 600 mila ettari di dune , affioramenti vulcanici , resti di insediamenti di nativi americani, base militari e industrie minerarie. Jurassic Park l’hanno girato qui. Si decide di prendere la 247 verso sud , si scende per andare in un altro parco , il Joshua Tree National Park , praticamente costruito intorno al parco , una particolare varietà di yucca. Era piaciuto agli U2 che l’avevano messo in copertina. Ed era piaciuto al Congresso degli Stati Uniti che nel 1994 ha deciso di proteggerlo. Quasi 1300 Km tra la contea di Riverside e Bermardino , in gran parte desertici, con grandi colline rosse e i joshua che invadono allegramente tutti i punti appena umidi.

A 50 miglia a sudovest c’è Palm Springs e le case di Marilyn Monroe , di Frank Sinatra e la bellezza di un’oasi del deserto. Compare all’improvviso come un’oasi. Neanche 43 mila abitanti ma sparsi in uno spazio impossibile da trovare altrove. Avevano cominciato negli Anni Venti i soliti divi di Hollywood a vanirci per un clima favoloso. San Diego è a due passi . Neanche 140 miglia per passare dalla noia della casa di Frank Sinatra alla vivacità della città più simpatica ed elegante della California. Fondata dai spagnoli nel 1769, ha una facciata mediterranea. Meno vanitosa di Los Angeles , e certamente più bella. Per cominciare ha una baia magnifica . L’oceano s’insinua nella città , la spacca in tanti pezzi creando panorami urbani commoventi. San Diego è un porto commerciale decisivo , ha una flotta di pescherecci notevole e non poteva mancare una base militare. I mitici Navy Seals hanno sede qui, su un’isola della baia – Coronado – collegata alla terraferma da un ponte spettacolare. Uno dei quei punti simbolo che gli americani costruiscono sulle baie. Nel weekend si affolla spiagge magnifiche come la Silver Strand Beach. La città ha un molo che si affaccia dentro l’acqua, da farti sentire sospeso sulla baia. Staresti ore a guardare questo panorama magnetico.

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Non può mancare Una breve passeggiata per arrivare allo Seaport Village , uno specie di borgo marittimo con case di legno, piccoli ristoranti , negozi. Passeggiate per Mission Boulevard , la spiaggia a destra e la baia a sinistra , con il vento dell’oceano che riesca a far diventare piacevoli perfino i 40 gradi di temperatura e l’implacabile sole californiano. Il Gaslamp District è il quartiere più elegante. Si chiama così per i vecchi lampioni a gas presenti a bordo delle strade. E poi c’è Old Town , ogni casa è diventata un negozio di souvenir , prodotti messicani e piccoli ristoranti. Il Balboa Park , il parco urbano vale un giorno della vostra vacanza. C’è anche il Sea World, il grande parco acquatico americano. Infine a nord si può andare a La Jolla. Scogliere a strapiombo sul mare , spiaggette, un piccolo centro con negozi raffinati , ristoranti di lusso.

domenica 7 agosto 2011

VACANZA MADYUR : AL TULIP BEACH RESORT DI MARSA ALAM

Si parte da Bologna e dopo quattro ore con Meridiana Fly si arriva a Marsa Alam. Il viaggio è tranquillo, anche se come in tutti i viaggi di piccolo-medio raggio i sedili non sono comodi per il riposo o per il sonno. Meridiana ci passa anche il mangiare. Arrivo a Marsa Alam Airport alle 21.15. Prassi veloce per i passaporti e per i documenti ( ricordarsi sempre di portare una penna e due foto ). In Egitto , forse per un traffico aereo minore rispetto all’Italia, i bagagli arrivano quasi spesso in maniera abbastanza rapida.





L’aeroporto è pieno di uomini legati alle varie agenzie di viaggio, quindi non potresti sbagliare in quale direzione dirigersi. Il pullman ha l’aria condizionata, questo attenua l’aria calda di phon all’esterno. La guida che spiega la nuova vacanza che si va ad affrontare è egiziana, ma parla benissimo l’italiano.
Dopo quasi mezz’ora di viaggio arriviamo al villaggio. In reception ci accolgono con succhi di frutta e qualche pasticcino di benvenuto. La prima impressione è di familiarità e di cordialità. La stanza è bella e semplice. L’aria condizionata salva dal caldo anche di notte.
Luogo: Il villaggio è ben strutturato, le camere sono disposte a forma di u intorno alla zona piscina principale. Le piscine ( a diversa altezza) , comunicanti per loro, sono sempre ben pulite. Gli sdraio e gli ombrelloni sono abbastanza per soddisfare i turisti presenti. Posso dare un consiglio, attenzione ai tedeschi che si alzano presto per occupare gli ombrelloni situati nel posto migliore. La spiaggia , non è vera spiaggia, ma roccia frantumata. Ma l’apparenza è buona. Il mare è cristallino e naturalmente si può vedere la bellissima barriera corallina, che per arrivarci bisogna fare 700 metri di pontile. Non è tanto come potrebbe sembrare. La salvaguardia della barriera corallina, è più importante della comodità dei turisti, inoltre per i dilettanti nuotatori a metà pontile ci sono delle scale per scendere in mare , la profondità non è neanche 1 metro. Una specie di laguna. In fondo ai 700 metri ci sono scale per scendere in mare e vedere la barriera, quindi portatevi boccaglio e pinne. Per chi ama immergersi e vedere la barriera da più vicino ci sono sommozzatori professionisti che possono darvi una mano , naturalmente pagando.


Mangiare: C’è un ristorante per colazione, pranzo e cena che funziona a buffet. Il mangiare è buono, ma non cercate di prendere piatti italiani , rimarrete delusi. Il resto è buono , come la verdura e la frutta sempre fresca. C’è sempre un barbecue fuori dal ristorante che griglia pesce o carne al momento. Per chi è in viaggio di nozze c’è un ristorante sulla spiaggia che per 25 euro a lume di candela puoi ingozzarti di pesce. Per i soft alla inclusive al bar , come al ristorante, si può prendere succhi, acqua, bibite dalle 10 alle 23, dopo si paga. Per gli all inclusive ci sono anche gli alcolici.
Esterno: Fuori dal villaggio è il deserto. Marsa Alam sta crescendo come città turistica , e non è assolutamente la più rinomata. A mezz’ora di viaggio c’è Port Ghalib , un’oasi nel deserto. Quando entri a Port Ghalib non sembra per niente che ti trovi in Egitto. Una cittadina ricca piena di ornamenti e case ben costruite. Un porto con barche colme di yacht di ricconi. Il posto ha dei negozietti molto carini , in cui si possono comprare senza impegno dei belli ninnoli per souvenir.
Escursioni: L’elenco delle escursioni è ampio. Ci sono varie gite di snorkeling per vedere pesci meravigliosi e colorati. Esiste un posto per vedere la baia dei delfini , ma bisogna sapere che la possibilità di vedere questi mammiferi non è scontata. Sharm el Luli è molto bella , il silenzio è d’oro e il contatto con la natura è genuina. C’è la possibilità di fare il viaggio con i quad o jeep nel deserto , anche se ormai lo organizzano in varie località turistiche , ma è sempre surreale. In un escursione si può mangiare con i beduini. L’escursione più interessante, e con un full immersione nelle storia egiziana , è quella per Luxor e valle dei re ( dove si trovano le tombe dei faraoni).Il prezzo è un po’ alto ( 105 euro) e il viaggio di 5 ore , con la sveglia alle 5 , può sembrare stressante e affaticante, ma la vista dei templi non si può assolutamente perdere. Il viaggio verso Luxor è un insieme di povertà e vita egiziana. Tutte le donne hanno il velo, come di tradizione islamica. La guida è egiziana , ed un egittologo, e spiega in maniera , anche a volte ironica, che non manca, il paesaggio e la storia che andiamo a vedere.L’unico difetto, secondo me, di questa gita è la fermata ai vari bazar in cui si vuol far comprare souvenir ai vari turisti. Forse tolgono tempo prezioso alla visita di questi bei posti.


Animazione: L’animazione è internazionale, ma parlano, in maniera sufficiente, l’italiano. Durante il giorno si possono esercitare le varie attività : tra cui acqua gym, pallavolo,danza del ventre ecc. Ogni sera si può vedere un evento diverso. Dal cabaret, a danza del ventre di professionisti, a ballerini del Sudan. Forse l’animazione a volte è un pò chiassosa , e a volte un po’ remissiva quando manca il capo animazione (Mario) , ma non è mai banale o fastidiosa. Infatti si può scegliere di stare sotto l’ombrellone e rilassarsi senza obbligo di far qualcosa.

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